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Girovagando in montagna :)


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MyTrails, l’app definitiva (forse) per l’escursionismo

Mytrails, un'ottima app gratuita per l'escursionismo

Mytrails, un’ottima app gratuita per l’escursionismo

Come usare lo smartphone per l’escursionismo: a questo argomento abbiamo dedicato il post Lo smartphone con GPS per le escursioni. Dopo molte prove ed esperimenti, segnaliamo ora l’ottima app MyTtrails, forse la soluzione “definitiva” per chi vuole usare cartografia gratuita senza tante complicazioni, con una app duttile, comoda, leggera, funzionale e che consuma poca energia lavorando in background. Il tutto spendendo pochi euro.

L’app è disponibile anche in versione gratuita, con qualche limite nella dimensione delle carte per il download. Cosa ha di speciale MyTrails? In pratica, è in grado di visualizzare qualsiasi mappa disponibile on line: da Google Maps a Bing, da Osm a 4Umaps a moltissime altre, incluse immagini aeree e satellitari. Ma la pacchia vera è che ogni mappa può essere scaricata per l’utilizzo offline. Perché le mappe online, come si sa, non sempre sono disponibili in montagna per la mancanza di segnale, inoltre la connessione dati è altamente energivora ed ha il grave inconveniente di esaurire rapidamente la batteria dello smartphone.

Ma le buone notizie non sono finite qui: con MyTrails è possibile utilizzare anche l’ottima cartografia gratuita escursionistica della Kompass (sia pure nella versione semplificata, rispetto a quella cartacea, disponibile online) che copre buona parte dell’Arco Alpino orientale (incluse Svizzera ed Austria). Se non c’è già nell’elenco (dipende dalla versione della app scaricata) basta aggiungere alle mappe disponibili con l’opzione aggiungi mappa tramite URL il codice esatto col quale prelevare la cartografia:

http://ec{3}.cdn.ecmaps.de/WmsGateway.ashx.jpg?Experience=kompass&MapStyle=KOMPASS%20Touristik&TileX={0}&TileY={1}&ZoomLevel={2}

MyTrails con la cartografia Kompass è,  a nostro parere, la migliore soluzione attuale per usare della buona cartografia gratuita per l’escursionismo, laddove sia necessario controllare saltuariamente durante l’escursione la propria posizione su una mappa cartografica con lo smartphone.  L’app permette anche il caricamento e la registrazione delle tracce GPS. Provare per credere. Sono gradite osservazioni in merito, consigli e suggerimenti.
MyTrails è scaricabile per Android dal solito Google Play.


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La Grande Guerra coi tornelli

Dente Austriaco

Dalla vetta del Dente Austriaco

Il sindaco di Vallarsa ha avuto una brillante idea: mettere un pedaggio sui sentieri del Pasubio. “Uno o due euro non sono nulla per le tasche del turisti” dice il primo cittadino Geremia Gios, che aggiunge: “Per noi invece, l’entrata sarebbe sufficiente per aiutarci a fornire importanti servizi”.

Articolo su l'Adige del 13 settembre 2014

Articolo su l’Adige del 13 settembre 2014

Non è chiaro tuttavia quali sarebbero questi “importanti servizi”, qualunque cosa siano e ammesso che i turisti li vogliano. Dall’operazione tornelli si è preventivata un’entrata per il Comune di circa 40.000 euro l’anno. Ma quanto costerebbe mettere i tornelli (quanti? e dove?), la manutenzione, la segnaletica, il personale di sorveglianza sul percorso a caccia dei furbi senza biglietto?? E quanto avanzerebbe, ammesso avanzi qualcosa, per finanziare gli “importanti servizi” immaginati dal sindaco? Personalmente rifiuto questo furore tributario che porta a tassare ogni cosa pur di fare cassa, la montagna e perfino la memoria dei caduti della Grande Guerra. Ma perché? L’idea di mettere i tornelli in montagna è avvilente, per non parlare delle guardie pronte a infliggere salate multe ai trasgressori. Insomma il peggio della città trasportato in alta quota. Se questa iniziativa prenderà piede, per quel che mi riguarda depennerò immediatamente il Pasubio come mèta delle prossime escursioni. E sono sicuro che molti altri faranno altrettanto.

Avanzo un’idea: se è un problema di risorse, anche se non è evidente per far cosa, perché non provare almeno a pensare ad un sistema di donazione volontaria? Basterebbe un piccolo punto informativo all’inizio del sentiero: sono sicuro che le offerte non mancherebbero se lo scopo è chiaro e non il solito espediente per tosare gli escursionisti col pretesto del Centenario. Per una volta, proviamo a rendere partecipe il visitatore anziché imporgli il solito demenziale e banale taglieggiamento col tornello, la gabella, le guardie e le multe.

Se i soldati che hanno combattuto sul Pasubio sapessero che sono morti su queste montagne perché i posteri potessero metter dei tornelli, si rivolterebbero nella tomba.


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L’orsa Daniza come Rambo

Sylvester Stallone nei panni di "Rambo"

Sylvester Stallone nei panni di “Rambo”

Qualcuno ricorderà il film “Rambo”, che lanciò Sylvester Stallone nel firmamento cinematografico mondiale. A parte qualche esagerazione e americanata, era un gran bel film d’azione con una storia semplice ma potente. Lo sceriffo di una tranquilla cittadina, un omone grande e grosso e molto sicuro di sé, cerca di allontanare con modi spicci e arroganti un vagabondo. Questi in realtà è un reduce del Vietnam specialista in guerriglia: sfuggito all’arresto e nonostante una serrata caccia all’uomo nei boschi, scatena un’ira d’iddio con morti e feriti mettendo letteralmente a ferro e fuoco la città.

Ebbene i nostri amministratori, alle prese col caso dell’orsa Daniza e fatte ovviamente le debite proporzioni, rischiano di fare la figura dello sceriffo arrogante e un po’ capoccione (magistralmente interpretato da Brian Dennehy), che non immagina lontanamente in quale guaio si stia  cacciando.

Lo sceriffo rude e arrogante nel film "Rambo"

Lo sceriffo rude e arrogante nel film “Rambo”

La storia del perseguitato solo contro tutti, che si ribella all’ingiustizia, è un soggetto perfetto, il film ebbe infatti un successo enorme. Nel caso di Daniza-Rambo però, l’orsa che sfugge ostinatamente alla cattura non è sola: ha dietro di sé migliaia di persone che hanno scatenato una ribellione mediatica mai vista. La mamma che difende i suoi due cuccioli è irresistibile e nessuno riesce a capire la logica ottusa della cattura, l’abuso di potere dell’uomo sulla natura e gli animali. Tutti capiscono invece il malcelato calcolo elettorale, e peggio ancora il tentativo degli amministratori di “pararsi il didietro”, di scaricare cioé sull’animale la responsabilità dell’accaduto, su un’orsa incolpevole che ha il solo torto di aver difeso i suoi cuccioli da un intruso. La pretesa di motivare la cattura con la “tutela della sicurezza dei cittadini” appare pretestuosa se si considera che ad ogni stagione venatoria in Trentino si lamentano  decine di incidenti, con feriti e in qualche caso, purtroppo, anche morti. Sulla caccia però non si interviene mai.

Non c’è partita: in tutti i sondaggi apparsi a decine sulla rete, il 90% sta con Daniza. Per la prima volta in Italia un’amministrazione pubblica si trova ad affrontare una rivolta sui media davvero incredibile per dimensioni e dalle conseguenze imprevedibili. Migliaia di mail di protesta sono piovute negli uffici della Provincia Autonoma di Trento, quindi nelle aziende trentine con minacce di boicottaggio commerciale. L’azienda trentina Abate Nero Trentodoc, che produce un eccellente spumante, ha iniziato coraggiosamente a pubblicare le lettere di protesta sulla sua pagina Facebook.

Daniza coi suoi due cuccioli

Daniza coi suoi due cuccioli

L’eco della vicenda ha travalicato i confini regionali per finire su tutti i giornali nazionali e perfino all’estero. L’hashtag #iostocondaniza è entrato nella “top ten” su Twitter. Una petizione in lingua inglese, con firme da tutto il mondo, ha superato quelle  italiane fiorite un po’ dappertutto online e si appresta a raggiungere trionfalmente la cifra record di 100.000 firme. Un fenomeno senza precedenti. Daniza ha 19 anni ed è uno dei primi orsi importati in Trentino dalla Slovenia per il ripopolamento della specie autoctona ormai in estinzione, avviato col progetto “Life Ursus. La sua cattura e reclusione a vita in un recinto, coi cuccioli lasciati al loro destino ma con poche speranze di sopravvivere, rischia di sancire il clamoroso fallimento del progetto che pure era stato riconosciuto, anche a livello internazionale, come un progetto difficile e coraggioso per favorire la sopravvivenza del più grande predatore nelle Alpi. 

L'immagine dell'orso utilizzata nella pubblicità del Parco Naturale Adamello Brenta

L’immagine dell’orso utilizzata nella pubblicità e nel logo  del Parco Naturale Adamello Brenta

Certamente chi deve decidere in Provincia non si trova in una posizione facile. Nessuno poteva prevedere una rivolta popolare di queste dimensioni. L’esito della vicenda ora è incerto: la caccia all’orsa è ancora aperta ma Daniza non si fa catturare (o non la vogliono catturare per riflettere meglio sul da farsi). Sembrerebbe tuttavia ragionevole e opportuna una dignitosa marcia indietro con il ritiro dell’ordinanza di cattura, come già peraltro timidamente accennato da un assessore. Prima che la battaglia diventi una Caporetto. Prima che l’immagine bucolica (e un po’ fasulla) del Trentino “naturale”, costruita faticosamente in anni di marketing e pubblicità, finisca irrimediabilmente in pezzi davanti all’opinione pubblica.

La petizione in favore di Daniza
http://www.thepetitionsite.com/212/812/645/sa/


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Sui sentieri della Grande Guerra in Trentino

Busa Alta in Lagorai

Busa Alta – Kaiserspitze nella Catena del Lagorai

Anche noi, nel nostro piccolo, celebriamo la ricorrenza del Centenario della Grande Guerra, offrendo ai nostri lettori una selezione di oltre 100 escursioni “belliche”. Si tratta di itinerari scelti tra i più significativi, realizzati tutti di persona in territorio trentino (e qualcuno in Veneto), tutti pubblicati sul forum GIM – Girovagandoinmontagna.it.

Sono percorsi di varia difficoltà e lunghezza, spesso fuori sentiero sfruttando i vecchi camminamenti militari. Le zone sono quelle più note tra Dolomiti, Adamello, CevedaleGarda, Lagorai e Pasubio. La maggior parte degli itinerari sono nella selvaggia catena del Lagorai, che era linea di fronte nel Trentino orientale.

Caverna sul Cardinal versatne sud con vista sul Vanoi

Caverna del battaglione Arvenis sul Cardinal versante sud: vista sul Vanoi

Uno dei percorsi più spettacolari, e anche più impegnativi poiché si svolge pressoché totalmente fuori traccia tra precipizi e baratri spaventosi, è senza dubbio la traversata Cauriol – Cardinal – Busa Alta Italiana – Busa Alta Austriaca. Una “alta via” unica nel suo genere che purtroppo pochi conoscono perché priva di sentieri, attualmente anche piuttosto pericolosa perché molti camminamenti sono franati, ma che meriterebbe una valorizzazione adeguata perché si tratta di un itinerario entusiasmante e assolutamente grandioso, che fa capire tutta la follia della guerra combattuta in luoghi tanto impervi e difficili quanto di una selvaggia bellezza.
Di seguito la mappa con le oltre 100 escursioni, in continuo aggiornamento e “work in progress”, dalla quale si può accedere alle relative relazioni sul forum girovagandoinmontagna.it.

La mappa con le escursioni sui sentieri della Grande Guerra

La mappa con le escursioni sui sentieri della Grande Guerra, clicca sull’immagine per aprire la mappa

 


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Piné, la distruzione del paesaggio

Teli di plastica delle serre per le coltivazioni di fragole e cave di porfido

Otto anni fa ho deciso di abitare a Piné, un altopiano bellissimo tra laghi e montagne, alle porte del mio amato Lagorai. Mi sembrava di aver trovato un piccolo paradiso terrestre. In questi anni però ho potuto assistere con dolore ad una distruzione sistematica del paesaggio che ha quasi dell’incredibile. Una lunga serie di interventi scellerati ha devastato e sta devastando le bellezze del Pinetano un po’ ovunque.

Al posto del verde una insulsa spianata di porfido

Al posto del verde, una insulsa spianata di porfido. Dietro, il Dosso di Miola quasi interamente disboscato

Le rive del Lago di Serraia, la “perla dell’Altopiano”, sono state progressivamente disboscate: il piccolo ma magnifico parco di grandi alberi di oltre mezzo secolo della riva meridionale è stato raso al suolo per fare una insulsa spianata di porfido senza un filo d’ombra. Anche le bellissime piante che ombreggiavano la terrazza alberata con vista sull’Imbarcadero, uno degli scorci più suggestivi, sono state abbattute per fare posto… ad una rotatoria!

Da 4 anni il lungo lago è ridotto a un perenne cantiere

Da 4 anni consecutivi il lungo lago è ridotto ad un cantiere perenne

Il Lago di Serraia da 4 anni è ridotto ad un cantiere perenne che si presenta puntualmente ad ogni estate nel suo massimo squallore: mi chiedo come facciano a venire ancora i turisti, a passeggiare sul lungolago senza più un albero, tra ruspe, camion, reti di plastica, mucchi di ghiaia e inferriate. Un “harakiri” turistico che lascia stupefatti. Ma coloro che vivono di turismo sull’Altopiano non hanno nulla da dire? Ho parlato con alcuni villeggianti che sono tornati dopo qualche anno di assenza, erano ammutoliti, sconvolti dalla distruzione del lungolago: “Era così bello prima, ma perché?” chiedevano sconfortati. Il cosiddetto Servizio Provinciale del ripristino ambientale e valorizzazione della natura“ (sic!) si è accanito anche sulla sponda sud orientale, riempita addirittura di macigni per creare una demenziale scogliera che non c’entra nulla col contesto, ed è orrenda non solo alla vista ma anche pericolosa coi suoi sassi affilati. Ma perché? Qualcuno doveva smaltire degli inerti? Ma è una spiaggia o una discarica? O forse non si sapeva come spendere tutti i quasi 600.000 euro dell’opera pattizia?

La demenziale scogliera di macigni

La demenziale scogliera di macigni

Poco a monte del Lido sono stati tagliati i maestosi abeti sulla riva che donavano ombra e frescura in una zona del lago tra le più belle. Al loro posto è stata realizzata una banale spiaggetta con ghiaino che ovviamente non usa nessuno: chi si fa cuocere il cranio in estate sotto il sole? Anche il bel bosco spontaneo del biotopo della riva orientale, dove la sera era possibile ammirare i caprioli che scendevano sulla riva protetti dalla vegetazione, è stato in gran parte tagliato, come il canneto, sconvolgendo inutilmente un habitat prezioso per la fauna.

Tagliati i maestosi abeti  per fare una ridicola spiaggetta di ghiaino

Tagliati i maestosi abeti per fare una ridicola spiaggetta di ghiaino

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Il taglio demenziale che ha distrutto uno degli angoli più belli del lungolago

Altri squarci nel bosco sono stati aperti a nordest del lago, gabellati anch’essi come “riqualificazione ambientale”, locuzione sinistra che è ormai diventata sinonimo di scempio sicuro. Un turista, osservando sconsolato lo sterminio di alberi sul costone, mi ha chiesto se stavano costruendo una pista da sci! Ora è in progetto un’assurda colata di cemento proprio sul lungolago, per fare il mostro edilizio della nuova biblioteca sovracomunale.

Lo squarcio nel bosco: un turista credeva fosse una pista da sci!

Lo squarcio nel bosco: un turista credeva fosse una pista da sci!

Classico esbosco "alla trentina": si porta via il legno pregiato e quello di scarto viene lasciato sul posto che diventa così impraticabile

Classico esbosco “alla trentina”: si porta via il legno pregiato e quello di scarto è lasciato sul posto, che diventa così impraticabile. Perfino sui sentieri! La foto è stata scattata sulla strada forestale che dalla Valle del Rio Negro porta a Faida

Questo massacro sistematico del paesaggio pinetano purtroppo non è limitato al lago di Serraia ma è diffuso un po’ ovunque. I meravigliosi boschi di Piné sono spesso uno sfacelo dove regna l’incuria più assoluta: ci sono schianti che nessuno rimuove da anni, anche sui sentieri. Eppure, a pochi metri da centinaia di alberi crollati o secchi, si continua a tagliare come forsennati alberi maestosi e sanissimi di 50-60 anni, meglio ancora se vicino a strade e forestali, dove la legna è più “comoda” e quindi costa meno. Si porta via il legno pregiato e si lasciano sul posto montagne di ramaglie e il legname di scarto che rendono impraticabili le zone esboscate, che nel giro di un paio d’anni sono invase da rovi e cespugli.

Tipico bosco del pinetano. Gli schianti sono migliaia e nessuno li rimuove da anni

Tipico bosco del pinetano (sud di Faida). Gli schianti sono migliaia ma nessuno li rimuove da anni

Taglio dei grossi pini nel piccolo parco dello Chalet dela Mot

Taglio dei grossi pini silvestri nel piccolo parco di fornte allo Chalet dela Mot

Anche la piccola pineta di fronte allo Chalet della Mot è stata inutilmente massacrata: i grandi alberi di oltre cinquant’anni che ingentilivano il paesaggio sono stati abbattuti, il vento ha poi completato l’opera sradicando gli alberi superstiti grazie ai varchi aperti nella vegetazione. Geniale! Quella che era una delle più belle strade del Trentino tra Valt e Baselga, un angolo di “Canada” con boschi lussureggianti dove i turisti si fermavano volentieri al fresco o andavano per funghi, non esiste più: è stata desertificata da disboschi a più riprese. Ora è ridotta ad uno squallido stradone dove spicca per bruttura la spettrale voragine nel bosco dove sono state riversate le tonnellate di fango della frana di Campolongo.

Qui c'era un bosco meraviglioso, ecco com'è adesso

Qui c’era un bosco meraviglioso, ecco com’è adesso

Lo spazio liberato dalle “fastidiose” pinete è poi puntualmente occupato dalla ferraglia e dai teli di plastica delle serre per le coltivazioni di fragole, che avanzano ovunque ad imbruttire ogni angolo di paesaggio. Le fragole “trentine” sono coltivate fuori terra, infilate direttamente nei sacchetti di terriccio e fertilizzanti provenienti dall’Olanda: l’incantevole frazione di Prada, un tempo nota per i suoi prati ameni, è ormai circondata dalle serre, in un paesaggio desolante con chilometri di teli, montagne di sacchetti di plastica lungo le strade di campagna, cumuli di terriccio esausto, pali di ferro, tubazioni di plastica, rottami vari.

Le serre avanzano ad imbruttire ogni angolo di paesaggio

Le serre avanzano ad imbruttire ogni angolo di paesaggio (Valle del Rio Negro, Faida)

La misconosciuta forra del Rio Negro nei pressi, che sarebbe una fantastica attrazione turistica a pochi chilometri da Baselga, è degradata ad una discarica: nel torrente ci sono bidoni, plastiche varie, perfino copertoni di camion e centrifughe di lavatrici. Le serre assediano perfino il celebre “Laghestel”, il primo biotopo del Trentino che fu istituito, evidentemente con lungimiranza d’altri tempi, nel lontano 1971 proprio dal Comune di Baselga di Piné.

La splendida forra del Rio Negro ridotta a discarica

La splendida forra del Rio Negro ridotta a discarica

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Le serre per le coltivazione di fragole “trentine”: coltivate fuori terra direttamente nei sacchetti di terriccio e fertilizzanti provenienti dall’Olanda

Le coltivazioni di fragole fin dentro i biotopi

Le coltivazioni di fragole sono fin dentro i biotopi (Laghestel)

Un naturalista mi ha detto che il 90% delle specie tipiche di palude è andato perduto a causa del carico antropico circostante. Ovviamente non ce l’ho con chi coltiva le serre arrotondando l’economia famigliare, ma possibile che l’ambiente non sia minimamente considerato da nessuno, men che meno dall’amministrazione? Ultimo scempio in ordine di tempo: la magnifica pineta del Doss dela Mot, attraversata da uno splendido sentiero che conduceva ai ruderi del misterioso e antichissimo castelliere (tra i più antichi del Trentino), è stata sventrata dall’Asuc di Miola con un terrificante disbosco per “cambio di coltura”. Si farà un’area agricola “di pregio” (sic) per gli allevatori. La meravigliosa passeggiata, le postazioni di tiro con l’arco e il sentiero coi cartelli realizzati dagli scolari di una scuola media che illustravano la suggestiva “leggenda medievale di Jacopino”, sono stati travolti e rasi al suolo senza tanti complimenti.

La meravigliosa pineta nei pressi del Doss dela Mot è stata distrutta per "cambio di coltura"

La meravigliosa pineta nei pressi del Doss dela Mot è stata distrutta per “cambio di coltura”

Pare che l’amministrazione pinetana abbia pensato un folle progetto per “ricreare il paesaggio degli anni ‘20”: cioè tagliare il bosco per fare prati. Ma che senso ha sconvolgere il territorio per ricreare quei paesaggi artificiali che erano la conseguenza di una società agricola che oggi è scomparsa da un secolo? C’è poi questa specie di ossessione, questo luogo comune ripetuto a pappagallo da molti anziani ma anche da qualche giovane che ha orecchiato il concetto, del “bosco che ti entra in casa” o che “si mangia i pascoli”. Ma se il bosco avanza e si riprende i suoi spazi naturali, questo accade proprio perché i pascoli sono stati abbandonati! Distruggere il bosco vagheggiando un improbabile ritorno alla pastorizia -ma di chi?- è non solo illusorio ma anche senza senso.

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Lo stato pietoso dei boschi: nessuno pulisce gli schianti da anni, quasi ovunque regna l’incuria e il degrado

Forse sarebbe il caso di riflettere anche sui contributi per fare nuovi allevamenti di dimensioni “padane” che vanno a gonfiare ulteriori diseconomie senza possibilità di ritorno, esattamente come per gli impianti di sci. Imprese che stanno in piedi finché ci sono i finanziamenti pubblici. Nel frattempo si consuma territorio, si distrugge paesaggio. A beneficio di chi?

La spiaggia del Lago di Serraia finalmente "valorizzata"

La spiaggia del Lago di Serraia prima e dopo la “valorizzazione”

Piné sta distruggendo alacremente quello che è (era?) il suo bene più prezioso: il paesaggio e l’ambiente. Sorge allora spontanea una domanda: si è deciso forse di rinunciare al turismo? Si può certamente decidere di tagliare le pinete per fare serre, capannoni, cave, discariche di inerti eccetera. Ma in un piccolo territorio come quello pinetano non si può mettere tutto e il contrario di tutto: il biotopo e le serre delle fragole, le pinete e le cave di porfido, i capannoni e le passeggiate. Continuare a devastare il paesaggio e l’ambiente, somiglia molto a chi sega ostinatamente il ramo su cui è seduto.


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Giancarlo Rado, fotografo degli “eroi del quotidiano”

I pastori Valentino, Reanato Diga e Candido Stefani, Motta di Livenza

I pastori Valentino, Renato Diga e Candido Stefani, Motta di Livenza

Propongo con piacere questa intervista a Giancarlo Rado, musicista di professione ma anche grande fotografo, che gentilmente ha accettato di rispondere a qualche domanda.

Di professione sei musicista ma sei noto anche per le tue bellissime fotografie. Se fossi costretto a scegliere, pistola alla testa, tra musica e fotografia, cosa sceglieresti e perché?
Ovviamente sceglierei la musica, perché la considero l’arte perfetta: ha l’astrattezza, è legata al suono che va e viene quindi alla caducità delle cose, ha la capacità di dire cose profonde in modo disarmante, permette (se fatta bene) di avere una profonda coscienza di se stessi, richiede una lunga curva di apprendimento che ti aiuta ad essere umile. Ti permette tramite la sua letteratura di dialogare coi maestri del rinascimento e del barocco che hanno composto i lavori che tu esegui e i cui consigli (sapendoli ascoltare) ti fanno vedere il mondo in un altro modo, ma soprattutto perché ho concerti fino al 2016!

Il pastore Renato Fronza e la moglie Sonia Montibeller, Villa del Conte

Il pastore Renato Fronza e la moglie Sonia Montibeller, Villa del Conte

Ci sono fotografi che hanno passato la loro vita a inseguire personaggi famosi o i cosiddetti vip. Le tue foto invece ritraggono un mondo per così dire marginale e, forse, in estinzione: la montagna, i pastori, i malgari, i contadini… come mai questa scelta?
Si fotografano le persone e si ascoltano le loro storie per conoscere in definitiva meglio sé stessi; queste persone rappresentano gli archetipi dai quali tutti noi discendiamo, sono le persone legate alla terra, al ciclo delle stagioni, ai meccanismi stellari e cosmici che ognuno di noi inconsapevolmente vive, ma che affiorano chiaramente in loro nella loro schietta e talvolta imperscrutabile chiarezza.

I pastori Franco e Julian accendono un fuoco per la notte (Crespano del Grappa)

I pastori Franco e Julian accendono un fuoco per la notte (Crespano del Grappa)

Tu suoni l’arciliuto, uno strumento della musica barocca. In un certo senso anche la tua fotografia è una fotografia “antica”: pellicola 6×6, cavalletto, molto tempo a disposizione per scegliere personaggi, pose e inquadrature. Si può azzardare qualche similitudine tra il tuo mondo musicale e quello fotografico?
La musica barocca richiede, per essere eseguita correttamente, un ritorno alle fonti; ecco allora l’uso di strumenti antichi o di copie moderne ma consapevolmente costruite. Le corde sono di budello, il La non è più a 440 hertz ma a 415 (anche se vi sono varianti tra scuole nazionali nei secoli XVI e XVII); nello stesso periodo ad esempio a Venezia gli organi erano intonati più alti che a Roma, parlo del 1700… L’interprete deve affrontare questo repertorio con umiltà e studio assiduo, specializzandosi magari solo nella musica veneziana, da Monteverdi a Vivaldi, come ho fatto io ed il mio gruppo “I Sonatori de la gioiosa Marca”. In fotografia è più o meno simile: la ricerca della correttezza interpretativa nella ritrattistica, ad esempio, ti spinge ad una conoscenza maggiore del soggetto, ad un dialogo con lui, a conoscere la sua vita, le sue vicissitudini, in modo che il ritratto interpreti correttamente la sua personalità che rivive nei suoi occhi, nella postura, nello sguardo, nell’ambiente che lo circonda, cose che fanno affiorare, se ben guidate, l’implicito che ognuno di noi cela. Ecco allora che un tipo di fotografia “lenta”, come quella che io pratico, diventa una risorsa. Il tempo passato a montare il cavalletto, piazzare l’Hasselblad, misurare la luce, mettere a fuoco, abbassare lo specchio e scattare, equivale al tempo passato per accordare lo strumento e far rivivere dentro sé stessi la musica che verrà evocata dalla partitura.

Maria Camatta, pensionata, Mareno di Piave

Maria Camatta, pensionata, Mareno di Piave

Come hai iniziato a fotografare? Hai avuto dei maestri? Ti ispiri a qualche fotografo in particolare?
Ho cominciato a fotografare seriamente quando mi sono reso conto che avevo delle storie dentro di me da raccontare. Erano storie della mia infanzia passata a Oderzo, in campagna, in compagnia degli animali, dei contadini, scandita dalla radio che trasmetteva le canzoni che mi trasportavano in un mondo lontano. Il racconto di questo mondo ha dato origine al lavoro fotografico sui pastori, che è durato circa sei anni. Devo dire che non ho mai frequentato un corso di fotografia, ma i miei maestri sono quei fotografi che in maniera silenziosa ed anonima hanno fotografato la vita nel nostro paese nel secolo scorso e la cui opera è consultabile liberamente nei fondi fotografici che costituiscono un patrimonio di molti enti pubblici e privati. Persone che hanno fotografato le famiglie, le cerimonie, i luoghi di lavoro, i matrimoni, i lutti, ed hanno così stilato un atlante veritiero dell’Italia.

Andrea Salvotti, operatore subacqueo, molo frangiflutti al largo del bagno Ausonia, Trieste

Andrea Salvotti, operatore subacqueo, molo frangiflutti al largo del bagno Ausonia, Trieste

Le tue foto sono spesso “posate”, cosa che di solito molti fotografi cercano di evitare perché i soggetti, anche inconsapevolmente, tendono a mettersi in posa o si irrigidiscono. Al contrario i tuoi soggetti appaiono molto naturali e a loro agio: immagino ci sia dietro molta preparazione allo scatto ma soprattutto una ottima confidenza con le persone riprese. Come fai? I montanari oltretutto sono spesso diffidenti o indaffarati, ti è mai capitato che qualcuno si rifiutasse di farsi fotografare?
Le persone ritratte guardano in macchina perché questo è quello che chiedo, è come se si guardassero allo specchio e si riconoscessero. Non si arriva subito a questo, ma seguendo un percorso di attenzioni e dialoghi che mirano a far capire alla persona il risultato che voglio raggiungere. E quello che viene richiesto è il semplice guardare, andare oltre il sorriso, cercando di celare l’emozione per raggiungere una neutralità, come essere soli con sé stessi e studiarsi senza che ci sia nessun altro. Non è facile, richiede concentrazione, dura pochi secondi e si deve essere pronti a scattare, perché l’incanto dura poco e non si ripresenta più. Questo modo di fotografare ha come presupposto che tu ami la persona che ritrai, ti deve piacere quello che fa, come vive, come parla e come si muove. Poiché ci sono dei meccanismi neuronali “a specchio”, la cosa diventa reciproca e spariscono le diffidenze e le resistenze. Bisogna imparare la lingua del soggetto ed immedesimarsi, farlo sentire personaggio. E’ chiaro allora che lo scatto diventa l’ultima cosa.

Il pastore Caterina De Bonis, Tesis, Pordenone

Il pastore Caterina De Bonis, Tesis, Pordenone

Tre personaggi o situazioni che hai fotografato che ti hanno particolarmente colpito e perché
Uno scatto che mi ha molto colpito è stato quello di Francesco Pancino, ricercatore dell’Istituto Pasteur di Parigi, componente dell’equipe che nel 2008 prese il Nobel per la medicina per gli studi sull’AIDS. Francesco era stato accusato di banda armata nel 1977 ed era entrato in clandestinità. Rifugiato in Francia, aveva ottenuto la grazia. L’ho fotografato nella casa dei genitori a Segusino, durante le ferie, dietro una vetrata che alludeva alle grate di una prigione. Un altro ritratto che mi ha colpito profondamente è quello di Luigi Zortea, sindaco di Canal San Bovo, morto nell’incidente aereo al largo delle coste brasiliane qualche anno fa. Avevo scattato la foto un mese prima, lui non l’aveva ancora vista: mi chiedo talvolta, ingrandendo la foto e guardando i suoi occhi, se non si possa leggere in essi una consapevolezza del suo destino futuro. Devo poi ricordare la foto recente, che amo particolarmente, del pastore Angelo Paterno. Aveva perso al Prà dei Gai settecento pecore nel Livenza che era esondato. La giornata era trascorsa febbrile nel salvataggio degli animali sopravvissuti, i quali avevano trovato asilo nella fattoria della famiglia Moras. Il giorno successivo il disastro, ero passato con mia moglie per trovare il pastore. La famiglia Moras ci aveva invitati a pranzo: la tavolata era composta da venticinque persone, tra pastori familiari e gente che aveva dato una mano. Ho fotografato la tavolata, ecco per me questa foto rappresenta il senso dell’ospitalità, dell’aiutare le persone in difficoltà, del sapersi spendere per gli altri, del condividere le difficoltà.

Il pastore Giovanni, San Vito di Valdobbiadene

Il pastore Giovanni, San Vito di Valdobbiadene

Come si svolge una tua tipica giornata di ripresa fotografica? Ti metti d’accordo preventivamente o vai direttamente dalle persone che vuoi fotografare? Fotografi tutti indistintamente o scegli solo le persone che ti ispirano?
Le giornate non sono tutte uguali, talvolta ti muovi perché hai preso appuntamento con una persona, talvolta invece non sai chi troverai, ma conosci la situazione che andrai a fotografare. La scorsa settimana ho tenuto una conferenza su Avedon allo Sherwood Festival di Padova, su invito del gruppo fotografico legato al Centro Sociale Pedro. Sapevo che erano tutti ventenni, ragazzi e ragazze, molto motivati, gente che vive pienamente quello che fa, con idee profonde e radicate, gente con ideali, che ha una visione della società e della vita, persone ebbre di convinzione e voglia di fare. Sono venuti fuori sette ritratti di uno spaccato giovanile nel quale ho riconosciuto me stesso e mi sono immerso. Per converso, la settimana precedente avevo visitato l’Hospice Casa Tua Due di Belluno, un centro per malati terminali: ho fotografato il direttore, la psicologa, tre infermiere e tre pazienti terminali. Ecco, ricordo ancora il silenzio, il sussurrare, il colore rosa delle pareti, la professionalità degli operatori, lo strazio che si legge nei volti dei pazienti e la disperazione dei familiari.

Il pastore Saverio Fontana a Tauriano (Pordenone)

Il pastore Saverio Fontana a Tauriano (Pordenone)

Non ti sei fatto affascinare, come molti, dal digitale: usi se non sbaglio una Hasselblad 6×6 con una sola ottica, l’obiettivo “normale”: niente grandangoli né teleobiettivi. Come mai questa scelta?
L’uso dell’Hasselblad risiede nel fatto che ho cominciato il mio lavoro “Italians” con quella macchina e con quella finirà. Non è naturalmente solo questo: contrariamente a quanto si possa pensare sono fotocamere facili da usare, otticamente eccellenti. La figura proiettata nel pozzetto ti dà già l’idea di quello che sarà il risultato finale, non puoi sbagliare. Uso l’80 mm che è la lente più luminosa ed economica del sistema C, è un obiettivo neutro, f. 2,8 di apertura, come ciò che io voglio dai miei soggetti: naturalezza, normalità e luminosità. La quasi totalità dei ritratti è fatta con questa lente.

Carmen Vassallo, titolare del Circo Coliseum Roma, Treviso

Carmen Vassallo, titolare del Circo Coliseum Roma, Treviso

Con il tuo bellissimo progetto fotografico “Italians” sei in un certo senso sceso dalle montagne per affrontare anche soggetti che vivono in pianura e fanno mestieri meno “estremi” rispetto a malgari e pastori, come artigiani, commercianti, impiegati… Come mai questa scelta? La tua è una sorta di indagine sociologica per immagini, ma cosa vuoi o vorresti rappresentare esattamente?
Le persone che compongono il romanzo Italians sono gli eroi del quotidiano: dopo aver fotografato la gente legata alla terra, il lavoro continua con gli altri tasselli che compongono il nordest italiano, la gente che lo anima e che abita nelle vicinanze dei fiumi che vanno nell’Adriatico, Piave, Sile, Brenta, Livenza, Tagliamento. Si entra nelle case delle persone, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali ma anche nei luoghi di aggregazione, negli spazi occupati: è un grande affresco con una polifonia di voci che assomiglia alle Canzoni vocali e strumentali a quattro cori e 20 voci di Giovanni Gabrieli, maestro di Cappella in San Marco a Venezia a fine ‘500. La differenza è che queste persone, fissandoti, ti interrogano, e nei ritratti più riusciti ci si riconosce, vi è una sorta di compartecipazione alla vita emotiva e personale del soggetto. E’ l’Italia che sta cambiando e lo fa con sofferenza.

Marcello Da Dalto nella sua vigna a Vazzola

Marcello Da Dalto nella sua vigna a Vazzola

Oggi sembra difficile trovare soggetti, storie interessanti e originali da fotografare. Penso ad esempio a Ferdinando Scianna che negli anni ‘60 fotografava la sua Bagheria in Sicilia. L’Italia d’oggi è in buona parte uniformata: dal sud al nord ormai le differenze non sono più così grandi come in passato. Penso anche alle foto di Faganello qui da noi in Trentino, che documentava assieme allo scrittore Gorfer la vita dei contadini nelle valli più sperdute. Oggi anche il contadino viaggia in jeep, usa lo smartphone e perfino internet. Non sembra cioè culturalmente così diverso da chi abita nelle città. Manca insomma quella diversità che rende molte foto interessanti. Cosa ne pensi?
Credo che, pur essendoci un’assimilazione relativa, le differenze persistano e che gli spazi d’indagine mantengano inalterato il loro fascino. Anche in musica succede la stessa cosa: tutti ascoltiamo le stesse cose, si compone più o meno con gli stessi linguaggi, quello che fa la differenza sono i racconti, i temi, l’ispirazione che sono sempre diversi, bisogna saper vedere, intuire, importante è capire quello che succede nella vita o nella testa di chi ti sta vicino, raccontare la sua vita, magari fatta di cose minime ma inarrestabili. Cercare di documentare queste microstorie, che altrimenti non avrebbero voce, è compito del fotografo. Il come farlo dipende dalla sua cultura personale e dalla sensibilità che possiede.

Albino Jobstraibitzer nella sua casa a Fierozzo (Vlarotz), valle dei Mocheni, Trento

Albino Jobstraibitzer nella sua casa a Fierozzo (Vlarotz), valle dei Mocheni, Trento

Personalmente sostengo che quasi tutti sono capaci di fare belle foto in Tibet, o sulle Dolomiti. Ma quello che fa la differenza di un bravo fotografo è la sua capacità di osservazione, che gli fa scattare foto interessanti ovunque, anche nelle periferie degradate delle grandi città o in altri contesti considerati generalmente “difficili”. Sei d’accordo?
Era un po’ il manifesto di Luigi Ghirri,  che aveva lasciato da parte il mito dei viaggi esotici, del reportage sensazionale, dell’analisi formalistica, e della creatività presunta e forzata, e che ha aveva invece rivolto lo sguardo sulla realtà e sul paesaggio che ci sta intorno. Evidentemente, paesaggio inteso anche come paesaggio interiore, ricco di spunti e riflessioni collettive sul dove si sta andando. Si è allargato il concetto di soggetto fotografico e la ricerca coinvolge luoghi ed oggetti spesso nascosti ma con una forte capacità narrativa.

Fabio Zwerger, pastore

Fabio Zwerger, pastore di Lago di Tesero, Val di Fiemme

Tre fotografi tra i tuoi preferiti e perché
Indicherei Richard Avedon per tutto il suo corpus ritrattistico, significativamente “In the American West”, poi August Sander per aver dedicato la propria vita al grandioso progetto “Uomini del XX secolo” e, da ultimo, l’opera del sudafricano David Goldblatt, che ha descritto ambienti e persone impegnate per cambiare le cose in Sudafrica.

I pastori Franco e Julian consumano una frugale colazione (Crespano del Grappa)

I pastori Franco e Julian consumano una frugale colazione (Crespano del Grappa)

Una domanda che avrei potuto farti e non ti ho fatto?
Avresti potuto chiedermi come è stato realizzato il Progetto fotografico Amanti del Vanoi. E’ stata una grande soddisfazione essere partiti da un gruppo di Facebook con 1200 iscritti, aver raccolto dei fondi sufficienti per una mostra ed un esauriente catalogo che si può trovare all’Ecomuseo di Canal San Bovo. I fotografi innamorati della Valle del Vanoi, hanno consegnato le fotografie che abbiamo scelto secondo un criterio tematico per località: Calaita, la Valsorda, la Valzanchetta, la Miesnotta ed altre fino ai pascoli del Brocon. La mostra si compone di 52 stampe 75×50 cm ed il libro catalogo di 180 immagini. E’ stato un lavoro appassionante che invito tutti i lettori del blog a conoscere.

Galleria di foto di Giancarlo Rado

Giancarlo Rado (foto Enrico Colussi)

Giancarlo Rado (foto Enrico Colussi)